Avv. Matteo Francavilla - Diritto Penale - Infedele patrocinio e vizi del consenso

Infedele patrocinio del difensore e vizio del consenso dell’imputato
L’imputato ****, odierno appellante, invoca “rimessione in termini” per i seguenti motivi.
Come già ampliamente detto il sig. **** è vittima di patrocinio infedele da parte del suo difensore, in primo grado, Avv. **** del Foro di ****.
Detta infedeltà è consistita principalmente nelle seguenti omissioni volontarie:
-        Aver omesso di valutare e ponderare le prove a favore, nonché i testi indicati dall’imputato;
-  Aver omesso di spiegare efficacemente all’imputato il significato di “Rito Abbreviato Puro”, consistente nell’accettazione delle indagini effettuate dal P.M., senza potervi opporre alcuna contestazione, in cambio di un’agevolazione premiale in termini di sconto di pena.
-   Aver omesso di consigliare il rito abbreviato condizionato all’ammissione delle prove a favore del proprio assistito
-    Aver omesso di concordare con il cliente le affermazioni che questi avrebbe potuto rendere all’esito del processo.
-     Aver omesso di presentare ricorsi ed istanze in favore del proprio assistito gravato da misure cautelari restrittive.
-  Aver omesso di fare copia dell’intero fascicolo del Pubblico Ministero e di averlo sottoposto all’attenzione del proprio assistito per una scelta ponderata e consapevole del rito.
Ebbene, il sig. ****, fidandosi ciecamente del proprio difensore di fiducia, ha accettato inconsapevolmente e senza cognizione di causa di aderire al rito abbreviato, peraltro puro, ovvero non condizionato all’ammissione di alcuna prova determinante.
L’evento del reato di patrocinio infedele va identificato con il nocumento arrecato al patrocinato senza che, peraltro, sul piano soggettivo, assuma rilievo la volontà specifica di nuocere alla parte. (Cass. Sez. VI n. 189794/1992 in commentario breve al Codice Penale, Crespi-Stella-Zuccalà, Edizione Cedam).
Il delitto è punito sotto il profilo soggettivo, a titolo di dolo generico, non essendo richiesto, per la sua configurabilità, che l’imputato si proponga un fine particolare, ma essendo sufficiente la coscienza e volontà di compiere un’azione o un’omissione contraria ai propri doveri professionali (Cass. Sez. VI n. 133119/1976 in commentario breve al Codice Penale, Crespi-Stella-Zuccalà, Edizione Cedam).
Il delitto di cui all’art. 380 comma 1 c.p. è un reato che richiede per il suo perfezionamento, in primo luogo, una condotta del patrocinatore irrispettosa dei doveri professionali stabiliti per fini di giustizia a tutela della parte assistita ed, in secondo luogo, un evento che implichi un nocumento agli interessi dei quest’ultimo, inteso questo non necessariamente in senso civilistico di danno patrimoniale, ma anche nel senso di mancato conseguimento dei beni giuridici o dei benefici di ordine anche solo morale, che alla stessa parte sarebbero potuti derivare dal corretto e leale esercizio del patrocinio legale. D’altro canto la condotta illecita può consistere anche nell’occultamento di notizie o nella comunicazione di notizie false o fuorvianti nel corso del processo; a sua volta l’evento può essere rappresentato anche dal mancato conseguimento di vantaggi formanti oggetto di decisione assunte dal Giudice nelle fasi intermedie o incidentali di una procedura  (Cass. Sez. VI n. 204509/1995 in commentario breve al Codice Penale, Crespi-Stella-Zuccalà, Edizione Cedam).
La configurabilità del reato di patrocinio infedele presuppone, quale elemento necessario ed imprescindibile, in quanto costitutivo della fattispecie incriminatrice, la pendenza di un procedimento nell'ambito del quale trova realizzazione la violazione degli obblighi assunti con il mandato, mentre non è richiesto che la condotta si estrinsechi in atti o comportamenti processuali. Ferma restando, dunque, la natura di reato a forma libera del delitto previsto dall'art. 380 c.p., che, pertanto, può sostanziarsi anche in condotte infedeli non strettamente di natura endoprocessuale, è tuttavia necessaria la pendenza di un processo, nell'ambito del quale deve realizzarsi la violazione, da parte del professionista, degli obblighi di mandato.
Il significato della condizione indefettibile “della pendenza di un procedimento” per potersi parlare di patrocinio infedele, presupporrebbe che il Legislatore si sia posto il quesito di quali garanzie apprestare in corso di causa per tutelare il “diritto di difesa” costituzionalmente garantito.
Ebbene, nel caso di specie, l’appellante invoca la soluzione della rimessione in termini sotto il profilo del c.d. “vizio del consenso”, poiché la scelta del rito da parte dello stesso non è il frutto di una scelta consapevole e ponderata.
Sul punto, sulla scorta di quanto affermato dalla CEDU (Corte Europea Diritti dell’Uomo), nella vertenza 18/10/2006, Hermi contro Italia, che la “domanda di accesso al giudizio abbreviato rappresenta, infatti, l'espressione di una scelta consapevole e ponderata caratterizzata dalla volontaria accettazione della riduzione delle garanzie conseguente all'adesione al rito speciale in cambio di una consistente riduzione della pena in caso di condanna”
Del resto, già in precedenza, la Cassazione aveva rilevato tale circostanza constatando che, con la richiesta di giudizio abbreviato, “l'imputato non soltanto rinuncia ad avvalersi delle regole ordinarie in cambio di un trattamento sanzionatorio più favorevole attraverso l'applicazione della diminuente di un terzo, ma accetta che rientrino nel novero delle risultanze probatorie utilizzabili tutte le emergenze acquisite anteriormente alla sua istanza e legittimamente confluite nel fascicolo del p.m., comprese le dichiarazioni da lui rese in assenza del difensore” [Cass. pen., sez. I, 14/04/99, n. 63021].
Alla luce di tale compromissione delle guarentigie difensive, il Supremo Consesso, anche sulla scorta della nota sentenza “Scoppola”, ha osservato che la rinuncia al rito ordinario (scaturente dalla scelta di adire il rito abbreviato), affinchè possa considerarsi valida e legittima, deve essere “spontanea ed inequivoca” [CEDU, Scoppola contro Italia, 17.9.2009]
La specialità del rito abbreviato consiste nel fatto che “l'imputato, esaminato l'intero fascicolo del p.m., ritenga conveniente per lui essere giudicato sulla base degli atti ivi contenuti” [Corte di Appello Brescia, 13/03/00, fonti: Arch. nuova proc. pen. 2000, 432]  mentre il giudice, dal canto suo, “deve accogliere la richiesta limitandosi a verificare la sussistenza dei requisiti formali” [Claudia Grilli, “Illegittima o abnorme la revoca del giudizio abbreviato allo stato degli atti?”, Cass. pen., 2006, 7-8, 2503].
Quindi, una volta appurato che detta scelta deve essere il frutto di una valutazione personale dell’imputato, si tratta di stabilire se, come suesposto, una decisione di questo tipo sia revocabile qualora sia stata erroneamente adottata dall’imputato.
A favore di tale soluzione interpretativa, soccorre la giurisprudenza comunitaria che, come suesposto, ha ammesso come sia possibile rinunciare al rito ordinario nella misura in cui detta scelta sia consapevole [Cfr. Hany contro Italia, 6 novembre 2006 (n. 17543/05); Poitrimol c. Francia, 23 novembre 1993 (n. 14032/88)].
L’art. 6, co. III, lett. a), CEDU, peraltro, sancisce il diritto dell’accusato di essere informato del contenuto dell’accusa elevata contro di lui in una lingua a lui comprensibile così come, di analogo tenore, è quella “contenuta nell'art. 14, terzo comma, lettera a), del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, patto che è stato firmato il 19 dicembre 1966 a New York ed è stato reso esecutivo in Italia con la legge 25 ottobre 1977, n.88” [Cfr. Hany c. Italia, 6 novembre 2006 (n. 17543/05); Poitrimol c. Francia, 23 novembre 1993 (n. 14032/88)].
Al pari dell’incomprensione della lingua italiana (da parte dello straniero) deve porsi l’incomprensione del significato delle parole italiane trasfuse nelle leggi penali dello Stato.
Anche il cittadino italiano può non essere in grado di comprendere il significato delle parole come “rito abbreviato”.
Tra l’altro, anche il Giudice delle leggi, ha evidenziato che, una opzione di siffatto tipo, può avvenire solo nella misura in cui “l’imputato abbia ben chiari i termini dell’accusa mossa nei suoi confronti” posto che la “scelta di valersi del giudizio abbreviato è certamente una delle più delicate, fra quelle tramite le quali si esplicano le facoltà defensionali”. [ Corte Cost., sentenza n. 237/12]
Ed allora, se, come sostenuto dalla Corte Costituzionale, il consenso dell’imputato, a cui fa riferimento l’art. 111, co. V, Cost., riguarda solo il “materiale di indagine proveniente dal pubblico ministero” [Corte Cost., sentenza n. 62/07], è evidente che la mancata comprensione degli atti o meglio, la errata conoscenza degli stessi, indubbiamente può rappresentare, nella fattispecie in esame, un errore integrante una ipotesi di forza maggiore tale, di per sé, per poter legittimare la restituzione in termini.
In effetti, come puntualmente rilevato in dottrina, “nel nuovo sistema processuale tutte le volte in cui la conoscenza di un provvedimento manchi o sia viziata - sempre che ciò non sia addebitabile a colpa dell'interessato - è riconosciuto al destinatario del provvedimento medesimo il diritto di chiedere la restituzione del termine stabilito a pena di decadenza; ciò comporta, data la rilevanza che il codice attribuisce alla effettività della conoscenza quale sinonimo di effettività di difesa, l'obbligo per il giudice di pronunciarsi nel merito” [Cass. pen., 1996, 2, 613].

Alla luce di quanto suesposto, si invoca la rimessione in termini in favore dell’appellante ****, il quale ora sceglierebbe consapevolmente di affidarsi al rito ordinario/dibattimentale per contrastare le indagini svolte dal P.M..

Avv. Matteo Francavilla
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